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19 gen 2011

Un foglio bianco.

Quadro di Gustav Klimt.
Sono morta. Nel senso metaforico del termine, ovvio. Sono ricoperta da una fitta nebbia. Anzi, niente nebbia. Tutto è diventato bianco, completamente bianco. Sono il foglio candido di un disegnatore. Ecco come mi sento. Il foglio bianco e scarno dell’album di un disegnatore in carenza d’immaginazione. Neanche a dire che sia un disegno incompleto. In fondo, un disegno incompleto è sempre qualcosa, ha un suo perché. Un disegno incompleto ha motivazione di esistere. Un disegno incompleto è stato pensato da qualcuno in un momento preciso della sua esistenza. Un foglio bianco invece è nulla. Un foglio bianco sta in una perenne e straziante attesa. Un foglio bianco vive con l’aspettativa che il suo disegnatore abbozzi, con il suo tratto personale, una semplice linea che lo renda vero, che lo faccia diventare qualcosa. Mi guardo le mie mani, tutte arrossate e doloranti per i continui sforzi di uscire da questo posto. Questo fantasma che mi avvolge stringendomi a sè. Non posso liberarmi dalla sua stretta. Nessuno mi porterà via da quella stanza: posso urlare quanto voglio. Gridare, disperarmi, battere i piedi, piangere, ma nessuno mi porterà via. Una scossa percuote ogni cellula del mio corpo e forse è vero. A forza di rimanere soli con i propri spettri si diventa pazzi. Mi guardo attorno, e ci sono sempre le stesse cose. Nulla di nuovo. Lo stesso letto dove passo le mie notti insonni, cercando di spiegarmi come ho fatto a finire lì. Le lenzuola sono tutte attorcigliate su sé stesse; le ho messe così. Non voglio dormire sugli spettri della notte scorsa. E tanto, ogni volta che mi sdraio lì, finisco per piangere come sempre. A volte mi sporgo in alto, verso la finestra, unica fonte di luce in quei 4 muri polverosi dove mi sono rinchiusa. Per poter respirare aria nuova, per poter scorgere dei raggi di sole. A volte mi aggrappo disperatamente, ma ho imparato che non devo farlo. Quel costante silenzio, che mi rinfaccia la mia miserabile solitudine. Perché questo sta diventando la mia bara, col tempo. La famosa metafora della "gabbia d'oro". Posso combattere con tutta me stessa. Posso tirar fuori tutte le forze che possiedo e provarci, fino al totale sfinimento. Mi alzo semplicemente e lotto con una tale forza che non so minimamente di avere e che spesso mi fa paura perchè scoprendo quella forza capisco che è il mio limite, che al di là dell'incridibilità e della massima potenza, c'è la morte: la mia stessa morte. Che cosa farò ora? Si combatte con tutte le forze, fino alla morte.

Zara.

4 commenti:

  1. non sei morta. stai vivendo giorno dopo giorno.
    non sei un foglio bianco. lascia che allora gli altri abbiano la possibilità di scriverti.

    aggrappati a qualcosa che ti rende felice. (L)
    alaska.

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  2. Comprendo e condivido tutto quello che hai scritto.
    L'importante è che nonostante la solitudine e la sofferenza tu continui ad avanzare. Troverai te stessa più a buon punto di quanto avessi immaginato.

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  3. Ehiii... hai un pReMiO da ritirare!
    Fai un salto da me? :-)

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  4. nel mio blog c'è qualcosa per te!


    ps: non capisco perchè blogger non mi mostra più gli aggiornamenti del tuo blog! eppure mi dice che lo seguo,ma non mi compare mai,pensavo avessi smesso di scrivere invece c'è solo qualcosa che non quadra da qualche parte!

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