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27 gen 2011

Il silenzio, è il grido più forte.

Quadro di Alessandro Verdi.
Vorrei piangere fino a svenire per riempire quei silenzi che fanno tanto -troppo- male. E poi il sole si accende tra le nuvole, il tabacco inserito nei miei polmoni brucia e mi scalda per qualche secondo ed io riesco a respirare. Solo lì. Solo e unicamente lì. Secondi sono: che altro potrebbe essere? Brevi e silenziosi attimi che sfuggono dal mio Io. Eppure le lacrime non scendono, neanche per cancellare quell'apatia nascosta tra le guance rossastre. Pensieri. Vibrazioni. Grida. Sto male e non posso gridare. Sto male tanto da svenire per quel dolore che mi penetra -troppo denso- nella carne. Vorrei lacrime. Vorrei lacrime per riempire quel silenzio che mi brucia col dolore. Stabilità. Cerco stabilità. Ma mi sento sospingere da un soffio che mi allontana da quello che è ancorato in terra. Vogolio solo della costanza ed un po' di continuità per la mia vita. Un altro giorno perso a piangere perché il dolore -ormai- ti ha rotto anche l'anima. Quanto tempo ho intenzione di vivere così? Non rinchiudo più la speranza di poterlo fare. Ogni inspirazione mi penetra la schiena, come un coltello affilato che mi spacca la colonna vertebrale e raggiunge prima i polmoni e poi, le costole. Ho paura di camminare perchè ad ogni passo potrei cadere, ed ogni passo rappresenta una netta coltellata nella schiena. Ho paura di respirare perchè ogni fottuto respiro è dolore. E le dita corrono, corrono senza sosta, accarezzando i tasti bianchi. E i miei occhi fissano i contorni del mio corpo. Mi sento in colpa. È sangue. Ma non è sangue. È sangue quando sanguinando fa meravigliosamente male? È sangue quando non esce da una ferita carnale? È sangue quando non è rosso, ma nero inchiostro? È sangue. Ma non è sangue. Scorre dentro e brucia. Brucia, consuma, divora. Guarisce, accarezza, colora. È sangue? È sangue quello che riverso ogni qualvolta che mi osservo? Lo sento nella pelle, nelle vene, nella carne. È sangue. Ogni mattina, mi sveglio con un brandello di morte al posto del cuore. Per questo, mi ritrovo spesso a rifugiarmi in un luogo segreto e oscuro, al margine della mia anima, e a piangere, accasciata su me stessa. Piango spesso. Piango sempre. Per dolore, tristezza, rabbia, frustrazione, panico. Solitudine, persino. I Greci dicevano che si impara col dolore. Quanto dolore ho avuto? Quanto ho imparato? Quanto ho pianto? Del celebre bicchiere della giovinezza, quanto ho bevuto? Un sorso? Il resto è andato in frantumi molto tempo fa. Troppo. Ora, mi è rimasto solo il tempo di imparare a zoppicare in silenzio e atteggiare il volto ad una serafica pace. Ho solo il tempo di imparare la rassegnazione.

Zara.

2 commenti:

  1. Le parole, come ogni altra cosa che viene esportata fuori dall'io, possono essere definite sangue.
    Il dolore ribadisce molte cose a chi lo prova...ad esempio la consapevolezza di ciò che si è costretti ad affrontare quotidianamente, in contrasto con un modo di essere fondamentalmente astratto.

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